Federazione Italiana Donne

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Sezione di Cagliari

 

 

 

 

La donna sarda testimone dell’arte e della cultura              di Milvia Tuveri Aru

 

Non so perché, quando ho letto il titolo del tema nazionale, mi è ritornata in mente Maria Carta e i suoi concerti. Sempre quando la sua voce chiara e pura si spegneva, seguiva un silenzio commosso poi, in qualsiasi città del mondo avesse cantato, scrosciava l’applauso del pubblico che, pur non avendo capito neppure una parola, aveva recepito il messaggio che il suo canto conteneva.

Maria Carta cantava solamente in sardo, perché era convinta che, il substrato culturale da cui nascevano i canti sardi,

aveva un valore universale che poteva essere inteso da chiunque.

Così accadeva, infatti, e quella Sardegna da sempre negletta e disdegnata, per merito suo, cominciava ad essere considerata sotto un’ottica diversa: non più terra di mare e di sole da invadere d’estate ma terra di antiche tradizioni e di antichi saperi; una terra che aveva saputo, tramandandolo oralmente di padre in figlio, conservare un patrimonio artistico e culturale unico ed in gran parte ancora misconosciuto.

Maria Carta. Una donna. Una delle tante donne sarde che, nell’ombra, hanno contribuito a mantenere viva una cultura che altri avevano deciso fosse indegna di questo nome, tanto indegna da voler cancellare persino la lingua, rifiutata anche dai nostri più grandi scrittori.

Eppure non tutto è andato perduto e se è vero che il processo di italianizza-zione, nel costume e nella lingua, puo’ considerarsi ormai irreversibile, è altrettanto vero che i valori più importanti della nostra cultura sono stati salvati, soprattutto per merito delle donne.

Nel chiuso delle loro case, spesso alla luce delle candele, le donne hanno continuato a tessere a mano tappeti e coperte ripetendo antichi motivi con la lana tinta con i succhi delle erbe; hanno continuato a ricamare i loro costumi, usati ormai solo per le feste più importanti, ma splendidi e affascinanti proprio per la dovizia e la varietà dei ricami; hanno continuato a fare il pane, e a ricavare forme fragili come porcellane, e a preparare dolci con gli ingredienti di sempre; hanno continuato a cantare e pregare in sardo salvando dall’oblio un patrimonio artistico inestimabile; hanno  continuato a ballare al suono delle launeddas, lo strumento musicale più antico del mondo. 

Ecco perché oggi che, l’esigenza di riscoprire gli antichi saperi è diventata quasi un imperativo categorico per sfuggire alla stretta di un progresso sempre più inquietante, le donne sarde si trovano pronte a sfruttare al meglio tutte le risorse della loro terra, lavoro che oggi mancano quasi del tutto.

Già da tempo i tappeti sono conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo ma altrettanto successo potrebbero avere i nostri particolarissimi ricami.Penso al “punto Teulada”, un punto di ricamo che lascia il rovescio senza ombra di fili e in cui non si riesce a distinguere il principio e la fine.

E che mercato non troverebbe il bisso ricavato dal mare secondo tecniche antichissime e oggi prodotto in minima quantità  dall’unica donna che ancora lo sa lavorare?

Per non parlare del successo conseguito dalla produzione dei nostri dolci così particolari e unici.

Ma non è solo il campo più prettamente femminile ad offrire alle donne l’opportunità di un lavoro più remunerativo e gratificante.

Le bellezze naturali ed il ricco patrimonio artistico aspettano ancora una più corretta ed equa valorizzazione.

E’ questo il momento per tutte di inventarsi un lavoro, sfruttando al meglio proprio la natura selvaggia della nostra terra e i suoi beni artistici.

In nessun’altra regione, a mio avviso, si possono trovare così a portata di mano, inserite in un contesto naturale fra i più affascinanti per varietà e spettacolarità, le testimonianze di una civiltà che affonda le sue radici nella notte dei tempi.

Ogni paese, per quanto piccolo, ha una sua storia, il suo angolo di paradiso che aspetta solo di essere riscoperto, basta solo un po’ di buona volontà, e di fantasia appunto, per valorizzarlo, magari  inventandosi la “Fiera del raviolo” come ha fatto Baradili, un paesino con non più di 100 abitanti che riesce ad attirare turisti e visitatori da tutto il circondario.

E’ vero che queste fiere mangerecce si stanno moltiplicando un po’ a casaccio, ma se unite a itinerari artistici o naturali, a riproposta di antichi mestieri e prodotti, possono diventare una risorsa economica non indifferente.

E’ chiaro che a monte di tutto questo ci deve essere una seria preparazione e poiché non vi è ancora, da parte dello Stato, una risposta per una formazione più capillare e specifica, a livello, locale, si possono comunque preparare guide ed esperti che, in attesa di un attestato ufficiale, possono essere d’aiuto ai turisti facendo conoscere ed apprezzare loro una terra che è ricca di beni naturali e artistici, ma anche di un potenziale umano che non deve essere costretto a cercare altrove la sua realizzazione.

Articolo dal n.1

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