LA DONNA NEL SULCIS – IGLESIENTE

     IL SUO LAVORO IN MINIERA

Relatrice: Prof.ssa Maria Rosalba Orsi

 

     INTRODUZIONE

 

 Il Sulcis – Iglesiente è sempre stato un territorio variegato per storia, posizione geografica e , conseguentemente, per cultura.

Citiamo alcune località:

 

 

S.Antioco, l’ antica Sulci, è il centro più antico della zona e , sotto i Fenici, quindi i Punici ed infine i Romani, il suo porto serviva affinché prendessero il largo i

preziosi minerali argentiferi di cui era ricco l’ entroterra.

 

Piscinas, sorta dopo il Mille, venne indirizzata dalla famiglia dei Gherardesca alla agricoltura ed alla pastorizia.

  

Fluminimaggiore, centro medioevale, con storia simile a quella  di Iglesias,

fu anch’ essa interessata  dal discorso minerario, senza però mai abbandonare

la campagna, la silvicoltura e la creazione di piccoli centri collinari.

 

Buggerru  è sorta a metà del 1800;  la sua storia nasce ed è legata esclusivamente all’ attività mineraria. Dotata di un porticciolo, da lì prendevano il via, su velieri, i minerali destinati a Carloforte , da cui, poi, partivano per l’ estero.

 

 

Musei, piccolo centro dell’ iglesiente, ha basato la sua economia su una valida agricoltura e sulla zootecnia, traendo comunque vantaggio, finché è stato possibile, dalle miniere.

 

Questa breve carrellata ha il fine di mostrare come questo territorio si sia barcamenato per secoli fra il lavoro della terra,

l’ allevamento e quello estrattivo.

Quando poi l’ attività mineraria è divenuta una vera e propria industria, essa è stata in qualche modo il denominatore comune di questa parte dell’ isola, condizionandone l’ economia, la cultura e la vita sociale : ha certamente dato di che vivere ma anche di che morire; ha dato lavoro, ma durissimo e pericoloso, svolto nelle tenebre tanto che rendeva quasi incapaci di riaccettare la luce del sole.

 

In questo scenario ci si è spesso dimenticati di altri protagonisti importantissimi, sia direttamente che indirettamente, che hanno anch’ essi contribuito in maniera decisiva a quella che definiamo l’ unicità e perciò l’ eredità della cultura mineraria.

Mi sto riferendo alle donne, a quelle migliaia di figure di cui solo recentemente, grazie ad una riscoperta sensibilità, si sta parlando.   Figure bellissime e grandi per l’ enorme carico di sofferenza sopportato con estrema dignità.

 A volte silenziose, pregavano mentre faticavano da mane a notte; a volte, donne in battaglia con i loro uomini nella lotta per la conquista dei loro diritti; talora, vedove impazzite dal dolore, diventavano esse stesse lavoratrici, mantenendo il gravoso peso della famiglia, solitamente numerosa.

Donne una diversa dall’ altra, ma unite nella lotta per la sopravvivenza e nel dolore.

 

Mi si consenta ora una digressione a proposito della città di Iglesias e delle sue donne.

Per dirla con le parole dello studioso e storico Francesco Alziator, “ Iglesias non è Sardegna”.

Guardandola si coglie un’ atmosfera toscana e perfino di settentrione.

Iglesias non è la Sardegna consueta, quella assolata e dei fichi d’ India.

E’ la terra dei metalli legata ai Mauri dell’ Africa e a Pisa.

Il Conte Ugolino le ha dato una struttura urbanistica, splendide chiese, un castello ed un nome, Villa di Chiesa, che sono toscani.

 La sua storia politica, sociale e culturale è perciò esclusivamente storia di Iglesienti, cioè di quello strano ed affascinante miscuglio di sangue berbero e toscano : ad esso si deve l’ inconfondibile bellezza femminile che si manifesta soprattutto negli occhi, variamente affascinanti per forma e per colore.

Panorama di Iglesias

  Inoltre, essendo la città nata con connotazione fortemente comunale e borghese, le donne hanno sempre manifestato maniere misurate, cura della propria persona, un’ andatura lenta e un modo di fare pieno di moine, definito “ su denghi”.

  E già Padre Angius, dissertando sugli abitanti di Iglesias, si era espresso così:

“ Le donne poi vanno lodate per la dolcezza del carattere e per le belle maniere; e, mentre nelle altre regioni dell’ isola non sono rari nelle donne gli animi virili, le maurelle non saprebbero altrimenti mostrarsi che affettuose e tenere”.

 

E’ questa una descrizione gratificante e motivata che, però, non ha mai impedito alle dolci maurelle di essere donne forti, coraggiose, dignitose alla pari di tutte le altre.

Già le donne iglesienti erano abituate, fin dal lontano 1324, tempo in cui l’ Infante Alfonso d’ Aragona assediò lungamente la città, non solo alla più devastante delle indigenze, ma anche alla dignità di non cedere. La città venne poi presa per i troppi morti e per le pessime condizioni igieniche a cui l’ assedio l’ aveva portata. Ma le fu reso l’ onore delle armi.

 Ed altre occasioni non sono certamente  mancate nei secoli successivi, fino alla recente chiusura delle miniere, fonte basilare dell’ economia della città.

Anch’ esse hanno lavorato in miniera fin da bambine, coltivato i campi, raccolto la legna per scaldarsi e cucinare, allevato piccoli animali e curato gli orti propri e altrui.

 Soprattutto hanno sempre atteso, con il cuore in gola, il suono della sirena.

 

LE  DONNE  E  LE  MINIERE

    Le donne venivano assunte soprattutto come cernitrici, lavoro pesantissimo e pericoloso che consisteva in una serie di operazioni successive ( spaccare, scegliere, grigliare, insaccare), volte ad una primaria lavorazione del minerale grezzo che veniva estratto dalla miniera.  Proprio per questo motivo il loro luogo di lavoro era situato nel piazzale che stava di fronte all’ apertura dei pozzi.   Erano così esposte, per almeno dieci ore al giorno, a tutte le intemperie che le varie stagioni potevano infliggere loro: dal cocente sole estivo al terribile gelo invernale ; dal vento che le martoriava, alle piogge torrenziali che le inzuppavano fino all’ interno del loro corpo.

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Erano donne di tutte le età : già avanti negli anni, o giovani madri precocemente invecchiate , o giovinette ancora piene di speranze o , infine , bambine che forse non capivano bene che cosa stesse accadendo loro; ….  o,  forse,  già avevano compreso benissimo !

Si trattava in genere di vedove, a cui veniva offerto quel posto come risarcimento per il mancato salario;  oppure,  se esse  avevano troppi figli a cui badare ,  il loro posto veniva preso dalla figlia maggiore, seppur  fosse una bambina.

 Su tutte incombeva la “ grigia figura “ del  sorvegliante,  novello “ cerbero”,  che vigilava con incessante attenzione sul lavoro di queste donne, pronto a intervenire se sentiva proferire una sola parola o se vedeva i ritmi rallentarsi.

 Non era nemmeno  raro che esse fossero frequentemente oggetto di bramose attenzioni e che , talvolta, cedessero sia per lo spirito di sottomissione , sia per paura di perdere il posto di lavoro.

Molte di loro dovevano percorrere chilometri a piedi, spesso scalze, per giungere puntuali  all’ appello e non essere punite,  addirittura con la decurtazione della giornata  lavorativa, seppur lavorata.

  Quelle che venivano da luoghi lontani  alloggiavano nei cameroni,  dove si creavano svariati rapporti interpersonali che andavano dalla condivisione alle sfuriate più violente,  entrambe espressione di animi lacerati e bisognosi di pace.

 Le donne e le adolescenti erano considerate come “merce preziosa”, perché lavoratrici silenziose, docili e facilmente licenziabili  a causa delle frequentissime  maternità , per le quali non erano assolutamente tutelate.

 Nella miniera di Monteponi, ai tempi della sua alta produttività, allorché c’ era  grande necessità di manodopera, le donne erano molto ricercate perché rappresentavano un’ enorme fonte di risparmio: erano vergognosamente sottopagate.  E quel misero salario doveva essere difeso anche a costo della vita!

Quando restavano gravide, il fatto  doveva  restare rigorosamente segreto, soprattutto  allo  sguardo  indagatore  del  sorvegliante,    per cui si faceva di tutto per non  allentare il rendimento. In conseguenza di ciò, molte abortivano per eccesso di fatica.

 Qualcuna, che era riuscita a nascondere la propria condizione, giunse a partorire nello stesso posto di lavoro; aiutata dalle compagne, dopo aver occultato bene il neonato, riprese subito il suo posto a rischio della propria vita.

Queste donne ,che poi tornavano a casa per affrontare nuove fatiche, altri disagi e notti spesso passate “ in bianco” fino allo stremo, hanno scritto pagine di vero eroismo e segnato,  nel nostro territorio,  l’ inizio  doloroso dell’ inserimento della donna nel mondo del lavoro.

  

Vorrei adesso dare il dovuto merito ad una nostra scrittrice e poetessa,  IRIDE PEIS CONCAS, nata a Guspini,  dove attualmente risiede.

 Ha esercitato la professione di insegnante elementare per 35 anni. Ha vissuto ed insegnato nel villaggio  minerario di Montevecchio    maturando  conoscenze sul duro lavoro del sottosuolo e amando profondamente la sua gente con cui ha condiviso gioie e dolori.

E’ autrice di libri su  Montevecchio e si prodiga perché il mondo della miniera,  che ha prodotto ricchezza e progresso  ma, soprattutto , infinite storie di donne, uomini e bambini che vi hanno lavorato, venga  conosciuto e valorizzato e sia motivo di orgoglio  e  di identità .

  

Nella sua bellissima e toccante raccolta di racconti,  intitolata “ Gente di miniera”, l’ autrice penetra nei meandri più profondi di quella terra tanto amata,  dei  suoi  dintorni, dei paesi vicini, citati ciascuno con il proprio nome;  ci guida nelle “sue” campagne, fra alti alberi ed arbusti , e ce ne fa percepire gli odori, gli aromi e la magia.   Ci descrive i sentieri pericolosi e ciottolosi  in cui si incamminavano i lavoratori e le lavoratrici , ancor prima che fosse luce, e ci fa sentire il dolore di quei piedi troppo spesso scalzi o di quei corpi  martoriati da devastanti diluvi.  Ci parla dei momenti di festa e degli amori nascenti

La miniera è quella che è, simile ovunque!

Ma lei, nei suoi racconti, ci ha lasciato immagini di personaggi splendidi e, soprattutto per chi non ha  potuto conoscere quella realtà, simbolici, rendendoli eterni.

        E’ letteralmente impossibile, in questo contesto, riportare per intero alcuni racconti, anche se pochi ;   tenterò,  perciò,   di sintetizzarne e rielaborarne alcuni, sperando che la mia sensibilità non mi tradisca. Per coerenza con il fine di questo lavoro, sceglierò  le figure femminili che più mi hanno colpito.

 

      La preghiera .

 “Fate la preghiera, bambini” sussurrò la madre con grande compostezza.

Poi arrivò il temporale terribile e devastante : tuoni che squarciavano il cielo che , a sua volta, rovesciava valanghe d’ acqua ; tutto sembrava volar via col vento. Il lume si spense creando un silenzio che rese più forte il grido della natura.

 La donna tranquillizzò i bambini   ma, quando   percepì appena la voce della sirena, il suo pensiero corse  a suo marito che, finito il  secondo turno,  avrebbe dovuto attraversare al buio quel  sentiero lungo e pericoloso.  Con voce  ora ben alta disse: “ Pregate bambini !  Pregate per quelle persone che  sono in campagna, per i pastori che vanno dietro al gregge, per i minatori che tornano a casa, per vostro padre che è in cammino“ .      E  i  bambini  recitarono tante Ave Maria,  proteggendo con  la loro innocenza tanti padri di famiglia. Ed  ecco, i passi sulla ghiaia bagnata si fermano sulla soglia.   Apre: è a casa!

 

La  fatica  di  vivere.

   Aveva amato moltissimo suo marito con cui era sempre stata tenerissima . Insieme avevano cullato il sogno di una casetta tutta loro ed insieme avevano  impastato paglia e fango per fare i mattoni . Avevano anche visto sollevarsi i  muri. Ma quanti sacrifici! 

Poi la miniera la rese precocemente vedova, con sulle spalle un’ enorme responsabilità e il terrore del futuro.

 Nel letto vuoto cercava il calore perduto del suo compagno e si alzava col cuore duro come una pietra.

Per giorni aveva vagato con gli occhi asciutti, spiritati,  porgendo al piccolo di pochi mesi un seno  ormai esaurito.   Gli altri figli le stavano attaccati come cagnolini, mentre la più grande, appena adolescente, si era chiusa in un mutismo senza ritorno.            Un giorno,  un grande pianto  la fece  tornare in sé e guardare in faccia la  sua realtà :  decise di affrontarla!

Venne assunta come cernitrice : spaccava i massi di galena con un grosso martello e trasportava pesanti sacchi  di minerale.   Mangiava pochissimo  per lasciarne ai figli. Per sé si concedeva li lusso di un caffè  caldo alla mattina.   Al rientro, seppur stremata, riusciva,  con  una  roncola,  a  sfrondare i cespugli  di lentisco per portare  la legna a  casa:  legava i  rami  con una fune e  se li caricava  sulle spalle,  procedendo con la schiena curva come un animale.   Giunta a  casa, il piccolino  le  veniva incontro e  gli altri  l’ attendevano  per mangiare la minestra dal suo piatto.

 

 Peppina  la  venditrice.

 Si era  inventata un mestiere, vendendo alle signore continentali le  primizie o  i  prodotti più  raffinati.

 Ogni  giorno partiva  per le varie  campagne prima che sorgesse il sole; qui otteneva  dai vari rifornitori frutta,  olio d’ oliva,  legumi secchi,  uova di giornata,  erbe aromatiche  ecc... ecc ...      Quando sorgeva il sole era già  stanca.  Allora saliva a piedi verso la  miniera  sapendo che  le sue  migliori clienti  erano le  mogli  dei “ capi “.  Faceva  tutto questo  per mantenere i  numerosi  figli  e il  marito malato.                   Degno di  menzione  era il  suo grembiule, pieno  di tasche,  tutte accuratamente  chiuse da  spille di sicurezza ;  in queste ultime  vi  era di tutto :  zafferano,  tabacco per il naso,  semi di fiori,  chinino,  unguenti  fatti  in  casa  ecc… ecc…    Infaticabile,  puliva poi  i  cameroni  e  lavava  le  tute.  Era sempre  presente anche  quando  stava per  partorire  tanto che , un  giorno,  sulla via  del ritorno, mise  al  mondo  un  bambino, lo  attaccò  al  seno  e  fece  ritorno  a casa.

Aquilini di IglesiasTorna all'inizio della Pagina

  

  Galleria  Rossella .

Le gallerie, i  livelli,  i  fornelli di tutte  le  miniere  hanno un nome che  li identifica e che  è  riportato  nelle carte topografiche.  In genere si tratta di nomi di uomini illustri e talvolta compare anche quello di qualche donna, anch’ essa illustre per diverse motivazioni.           A Montevecchio  c’ è una  galleria abbandonata da parecchi  decenni ed ora ricoperta di rovi. Porta il dolce nome di Rossella che però non è documentato in nessuna planimetria dell’ archivio minerario.  Quel nome glielo diedero i minatori in onore ad una bella donna che praticava il mestiere più antico del mondo.  Quel luogo era visitato da minatori, capiservizio ed ingegneri e, poiché la donna abitava nelle case vicine  “ a bocca di pozzo “,  era facile godere delle sue offerte di modeste pretese economiche, ricche di passione e di tenerezza

 

 

In un altro suo libro, “ Donne e bambine nella miniera di Montevecchio”  Iride Peis ci fornisce notizie dettagliate sul lavoro, sull’ assenza di tutela e di sicurezza, sulle proteste che divenivano sempre più incalzanti.

 In particolare ci documenta su un fatto assai tragico, avvenuto nella miniera di Montevecchio il 4 Marzo 1871.            La società aveva fatto costruire un grande serbatoio, che serviva alla laveria, e lo aveva fatto collocare di fronte al dormitorio delle donne, in posizione più elevata rispetto a  quest’ ultimo.  Quella sera, le donne e le bambine erano appena ritornate nel loro rifugio, quando, all’ improvviso, si ruppe una parete della grande cisterna che si rovesciò, con tutta la sua acqua e la sua inaudita violenza, sul capannone, sfasciandone il tetto e penetrando al suo interno.  Undici donne morirono all’ istante.

  La più anziana aveva 50 anni, la più giovane ne aveva 11.    Per quanto molti si occuparono delle indagini e della sicurezza, la società uscì indenne da ogni responsabilità ed il serbatoio ed il capannone furono ricostruiti nel medesimo posto. La nostra scrittrice,  anche abilissima e delicata poetessa,  ha dedicato a questa tragedia alcune delle sue poesie.  Ne vorrei citare alcune!

 

     

Un sogno

 Quella sera di maggio

Ancora carica di polvere di minerale

Elena giace sul saccone ruvido della sua branda.

Sogna ad occhi aperti:

ciuffi di margherite bianche,

 prati verdi

e un ruscello che salta

di sasso in sasso, allegro,

proprio come quello di Caddaxius

che attraversa Arbus.

D’ improvviso un boato,

una massa d’ acqua torbida

come un fiume in piena

si abbatte su di lei

soffocandone un grido.

Neanche a dieci anni

È permesso sognare.

 

       

 Soprusi.

 Alla cernita c’ erano solo donne,

facevano parte di una categoria

privilegiata dal padrone.

Poco pagate e più docili

Più volenterose e  più rispettose

Sottomesse e disponibili.

               Anna appena undicenne

               Faceva parte di quell’ universo.

Il caporale la chiamava e lei correva

comandava e lei ubbidiva

la redarguiva e lei chinava lo sguardo.

Come poteva sfuggire alla morte

Che, quel quattro maggio, la ghermì con forza

E la trascinò a valle?

              Era il suo destino :  ubbidire sempre!

 

       

 Pianeta povertà.

Il pianeta dei poveri

Ha il colore grigio dello squallore

               della pioggia

               del fango

               della polvere di miniera.

Ha il colore nero della fame

               della tristezza

               della fatica

               dell’ oppressione.

La morte, quella tiepida sera di maggio,

si accanì sulle giovani operaie

che speravano di cambiare

 i colori del loro mondo

col rosso dell’ amore

con l’ azzurro dei sogni

il verde della speranza

e l’ arcobaleno della giustizia.

 

         

 Il  figlio.

Il figlio l’ha fatto col sorvegliante.

No. Non l’ha fatto per amore.

Per bisogno.

Le prometteva una vita decorosa,

senza fatica,

l’ha imbonita, raggirata, insidiata,

l’ha presa in fretta

in uno squallido camerone.

L’ha brutalmente tolta all’ adolescenza

E l’ha fatta donna con un pugno di lusinghe.

                 Impostore.

La realtà è stata amara

ma il figlio a dispetto di tutto, l’ha tenuto

l’ha allevato, l’ha cresciuto.

Nel registro del comune c’è scritto n.n.

ma quel figlio è il ritratto del padre

che l’ha rinnegato.

 

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