LA DONNA NEL SULCIS – IGLESIENTEIL SUO LAVORO IN MINIERARelatrice: Prof.ssa Maria Rosalba Orsi |
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INTRODUZIONE
Il Sulcis – Iglesiente è sempre stato un territorio variegato per storia, posizione geografica e , conseguentemente, per cultura. Citiamo alcune località:
Piscinas, sorta dopo il Mille, venne indirizzata dalla famiglia dei Gherardesca alla agricoltura ed alla pastorizia.
Musei, piccolo centro dell’ iglesiente, ha basato la sua economia su una valida agricoltura e sulla zootecnia, traendo comunque vantaggio, finché è stato possibile, dalle miniere.
Questa breve carrellata ha il fine di mostrare come questo territorio si sia barcamenato per secoli fra il lavoro della terra, l’ allevamento e quello estrattivo. Quando poi l’ attività mineraria è divenuta una vera e propria industria, essa è stata in qualche modo il denominatore comune di questa parte dell’ isola, condizionandone l’ economia, la cultura e la vita sociale : ha certamente dato di che vivere ma anche di che morire; ha dato lavoro, ma durissimo e pericoloso, svolto nelle tenebre tanto che rendeva quasi incapaci di riaccettare la luce del sole.
In questo scenario ci si è spesso dimenticati di altri protagonisti importantissimi, sia direttamente che indirettamente, che hanno anch’ essi contribuito in maniera decisiva a quella che definiamo l’ unicità e perciò l’ eredità della cultura mineraria. Mi sto riferendo alle donne, a quelle migliaia di figure di cui solo recentemente, grazie ad una riscoperta sensibilità, si sta parlando. Figure bellissime e grandi per l’ enorme carico di sofferenza sopportato con estrema dignità. A volte silenziose, pregavano mentre faticavano da mane a notte; a volte, donne in battaglia con i loro uomini nella lotta per la conquista dei loro diritti; talora, vedove impazzite dal dolore, diventavano esse stesse lavoratrici, mantenendo il gravoso peso della famiglia, solitamente numerosa. Donne una diversa dall’ altra, ma unite nella lotta per la sopravvivenza e nel dolore.
Inoltre, essendo la città nata con connotazione fortemente comunale e borghese, le donne hanno sempre manifestato maniere misurate, cura della propria persona, un’ andatura lenta e un modo di fare pieno di moine, definito “ su denghi”. E già Padre Angius, dissertando sugli abitanti di Iglesias, si era espresso così: “ Le donne poi vanno lodate per la dolcezza del carattere e per le belle maniere; e, mentre nelle altre regioni dell’ isola non sono rari nelle donne gli animi virili, le maurelle non saprebbero altrimenti mostrarsi che affettuose e tenere”.
E’ questa una descrizione gratificante e motivata che, però, non ha mai impedito alle dolci maurelle di essere donne forti, coraggiose, dignitose alla pari di tutte le altre. Già le donne iglesienti erano abituate, fin dal lontano 1324, tempo in cui l’ Infante Alfonso d’ Aragona assediò lungamente la città, non solo alla più devastante delle indigenze, ma anche alla dignità di non cedere. La città venne poi presa per i troppi morti e per le pessime condizioni igieniche a cui l’ assedio l’ aveva portata. Ma le fu reso l’ onore delle armi. Ed altre occasioni non sono certamente mancate nei secoli successivi, fino alla recente chiusura delle miniere, fonte basilare dell’ economia della città. Anch’ esse hanno lavorato in miniera fin da bambine, coltivato i campi, raccolto la legna per scaldarsi e cucinare, allevato piccoli animali e curato gli orti propri e altrui. Soprattutto hanno sempre atteso, con il cuore in gola, il suono della sirena.
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Erano donne di tutte le età : già avanti negli anni, o giovani madri precocemente invecchiate , o giovinette ancora piene di speranze o , infine , bambine che forse non capivano bene che cosa stesse accadendo loro; …. o, forse, già avevano compreso benissimo ! Si trattava in genere di vedove, a cui veniva offerto quel posto come risarcimento per il mancato salario; oppure, se esse avevano troppi figli a cui badare , il loro posto veniva preso dalla figlia maggiore, seppur fosse una bambina. Su tutte incombeva la “ grigia figura “ del sorvegliante, novello “ cerbero”, che vigilava con incessante attenzione sul lavoro di queste donne, pronto a intervenire se sentiva proferire una sola parola o se vedeva i ritmi rallentarsi. Non era nemmeno raro che esse fossero frequentemente oggetto di bramose attenzioni e che , talvolta, cedessero sia per lo spirito di sottomissione , sia per paura di perdere il posto di lavoro. Molte di loro dovevano percorrere chilometri a piedi, spesso scalze, per giungere puntuali all’ appello e non essere punite, addirittura con la decurtazione della giornata lavorativa, seppur lavorata. Quelle che venivano da luoghi lontani alloggiavano nei cameroni, dove si creavano svariati rapporti interpersonali che andavano dalla condivisione alle sfuriate più violente, entrambe espressione di animi lacerati e bisognosi di pace. Le donne e le adolescenti erano considerate come “merce preziosa”, perché lavoratrici silenziose, docili e facilmente licenziabili a causa delle frequentissime maternità , per le quali non erano assolutamente tutelate. Nella miniera di Monteponi, ai tempi della sua alta produttività, allorché c’ era grande necessità di manodopera, le donne erano molto ricercate perché rappresentavano un’ enorme fonte di risparmio: erano vergognosamente sottopagate. E quel misero salario doveva essere difeso anche a costo della vita! Quando restavano gravide, il fatto doveva restare rigorosamente segreto, soprattutto allo sguardo indagatore del sorvegliante, per cui si faceva di tutto per non allentare il rendimento. In conseguenza di ciò, molte abortivano per eccesso di fatica. Qualcuna, che era riuscita a nascondere la propria condizione, giunse a partorire nello stesso posto di lavoro; aiutata dalle compagne, dopo aver occultato bene il neonato, riprese subito il suo posto a rischio della propria vita. Queste donne ,che poi tornavano a casa per affrontare nuove fatiche, altri disagi e notti spesso passate “ in bianco” fino allo stremo, hanno scritto pagine di vero eroismo e segnato, nel nostro territorio, l’ inizio doloroso dell’ inserimento della donna nel mondo del lavoro.
E’ letteralmente impossibile, in questo contesto, riportare per intero alcuni racconti, anche se pochi ; tenterò, perciò, di sintetizzarne e rielaborarne alcuni, sperando che la mia sensibilità non mi tradisca. Per coerenza con il fine di questo lavoro, sceglierò le figure femminili che più mi hanno colpito.
La preghiera . “Fate la preghiera, bambini” sussurrò la madre con grande compostezza. Poi arrivò il temporale terribile e devastante : tuoni che squarciavano il cielo che , a sua volta, rovesciava valanghe d’ acqua ; tutto sembrava volar via col vento. Il lume si spense creando un silenzio che rese più forte il grido della natura. La donna tranquillizzò i bambini ma, quando percepì appena la voce della sirena, il suo pensiero corse a suo marito che, finito il secondo turno, avrebbe dovuto attraversare al buio quel sentiero lungo e pericoloso. Con voce ora ben alta disse: “ Pregate bambini ! Pregate per quelle persone che sono in campagna, per i pastori che vanno dietro al gregge, per i minatori che tornano a casa, per vostro padre che è in cammino“ . E i bambini recitarono tante Ave Maria, proteggendo con la loro innocenza tanti padri di famiglia. Ed ecco, i passi sulla ghiaia bagnata si fermano sulla soglia. Apre: è a casa!
La fatica di vivere. Aveva amato moltissimo suo marito con cui era sempre stata tenerissima . Insieme avevano cullato il sogno di una casetta tutta loro ed insieme avevano impastato paglia e fango per fare i mattoni . Avevano anche visto sollevarsi i muri. Ma quanti sacrifici! Poi la miniera la rese precocemente vedova, con sulle spalle un’ enorme responsabilità e il terrore del futuro. Nel letto vuoto cercava il calore perduto del suo compagno e si alzava col cuore duro come una pietra. Per giorni aveva vagato con gli occhi asciutti, spiritati, porgendo al piccolo di pochi mesi un seno ormai esaurito. Gli altri figli le stavano attaccati come cagnolini, mentre la più grande, appena adolescente, si era chiusa in un mutismo senza ritorno. Un giorno, un grande pianto la fece tornare in sé e guardare in faccia la sua realtà : decise di affrontarla! Venne assunta come cernitrice : spaccava i massi di galena con un grosso martello e trasportava pesanti sacchi di minerale. Mangiava pochissimo per lasciarne ai figli. Per sé si concedeva li lusso di un caffè caldo alla mattina. Al rientro, seppur stremata, riusciva, con una roncola, a sfrondare i cespugli di lentisco per portare la legna a casa: legava i rami con una fune e se li caricava sulle spalle, procedendo con la schiena curva come un animale. Giunta a casa, il piccolino le veniva incontro e gli altri l’ attendevano per mangiare la minestra dal suo piatto.
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Galleria Rossella . Le gallerie, i livelli, i fornelli di tutte le miniere hanno un nome che li identifica e che è riportato nelle carte topografiche. In genere si tratta di nomi di uomini illustri e talvolta compare anche quello di qualche donna, anch’ essa illustre per diverse motivazioni. A Montevecchio c’ è una galleria abbandonata da parecchi decenni ed ora ricoperta di rovi. Porta il dolce nome di Rossella che però non è documentato in nessuna planimetria dell’ archivio minerario. Quel nome glielo diedero i minatori in onore ad una bella donna che praticava il mestiere più antico del mondo. Quel luogo era visitato da minatori, capiservizio ed ingegneri e, poiché la donna abitava nelle case vicine “ a bocca di pozzo “, era facile godere delle sue offerte di modeste pretese economiche, ricche di passione e di tenerezza
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La più anziana aveva 50 anni, la più giovane ne aveva 11. Per quanto molti si occuparono delle indagini e della sicurezza, la società uscì indenne da ogni responsabilità ed il serbatoio ed il capannone furono ricostruiti nel medesimo posto. La nostra scrittrice, anche abilissima e delicata poetessa, ha dedicato a questa tragedia alcune delle sue poesie. Ne vorrei citare alcune!
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