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DONNA NEL SULCIS-IGLESIENTE TRA STORIA E CULTURA |
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Relatrice: Prof.ssa Angela Maria Masu – VicePresidente Sezione F.I.D.A.P.A. di Iglesias |
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1) Sulcis – Iglesiente agricolo: ruolo della donna. Il Sulcis – Iglesiente costituisce la parte sud – occidentale della Sardegna. Le alterne vicende della sua storia hanno portato a una situazione economica e sociale variegata, di impronta agro - pastorale, come in quasi tutto il resto della Sardegna, ma soprattutto mineraria, fin dall’ antichità. La situazione agricola era caratterizzata dall’ esistenza, oltre ai piccoli paesi e villaggi, di minuscoli agglomerati di case coloniche, detti “medaus” . |
| Questi erano i residui della frantumazione di vasti latifondi , risalenti a epoche lontane. Erano abitati per lo più da famiglie numerose. In un quadro sociale di miseria diffusa la vita dei ceti poveri era grama, ma anche quella dei possidenti era precaria. La famiglia era punto nodale dell’ economia, e vigeva una rigida gerarchia di sesso ed età, con una inflessibile definizione dei ruoli. Alla donna spettava la cura del marito e dei figli, nonché il lavoro della casa e dei suoi annessi. |
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A seconda del ruolo sociale, poteva avere compiti di coordinamento dell’ attività domestica, o svolgere ella stessa lavori servili, se necessario economicamente; comunque le occupazioni erano legate ad operazioni di trasformazione e conservazione dei prodotti della campagna, di allevamento di animali domestici, coltivazione dell’orto familiare, produzione di oggetti di uso domestico. Erano molto impegnative attività come l’ approvvigionamento idrico, il bucato mensile al fiume o alla fontana, la panificazione o le manifatture al telaio. Periodicamente si aggiungevano altri lavori agricoli: la mietitura, la vendemmia, la raccolta di olive, di fichi d’ India o ghiande per i maiali, la fabbricazione di cestini, canestri o corbe. |
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Queste attività femminili spesso costituivano per le famiglie la differenza tra la fame e la sussistenza. Spinte al lavoro extradomestico dalla diffusa miseria, le donne venivano retribuite con salari bassissimi , di molto inferiori a quelli – pur bassi – concessi agli uomini. Vivevano quindi in condizioni precarie senza nessuna tutela. Molto lontano dalle principali vie di comunicazione, nei “medaus” si svolgeva spesso un’ esistenza povera di relazioni, senza contatti con i villaggi popolosi molto distanti. Il risultato di tale situazione era a volte una solitudine deleteria per la psiche e causa scatenante di gravi crisi depressive. Così a volte le famiglie lentamente si sfaldavano e si frantumavano a causa della miseria e della solitudine. Soltanto con un certo ritardo e dopo decenni di travagli si è venuta trasformando la personalità femminile; se le responsabilità sociali ed economiche fossero state equamente divise tra uomini e donne non si sarebbero create le discriminazioni e lo sfruttamento delle donne, nell’ agricoltura in tutta la Sardegna, ma in particolare nell’ industria mineraria della zona che ci interessa.
2) Civiltà mineraria: origini, ruolo e lavoro della donna. Le vicende delle miniere hanno profondamente condizionato il popolamento del Sulcis – Iglesiente dall’antichità ai nostri giorni. Infatti furono le ricchezze del bacino minerario - |
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soprattutto del piombo argentifero , ben note fra i paesi del Mediterraneo centrale - a mantenere viva l’ attenzione romana. Le miniere sarde dovettero far parte dei beni imperiali sin dai primi tempi dell’ Impero.Nella seconda metà del XIII sec. si sviluppava, su una base data dagli istituti pisani, il centro di Villa di Chiesa, l’odierna Iglesias. In breve tempo essa fu, dopo Cagliari, la località più importante e più popolosa del Meridione dell’ Isola. Lo sfruttamento delle miniere era l’ attività prevalente, ma non mancavano le attività agricole, mercantili e bancarie. |
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Tutte le informazioni su questo periodo storico si possono trovare nel “ Breve di Villa di Chiesa “ e in altri documenti d’ archivio. Nel Breve sono minuziosamente indicate tutte le norme da seguire nella vita civile della città; sono anche indicati nei dettagli i comportamenti e le attività permessi alle donne. Così nella elencazione delle pene per i vari reati erano fatte delle distinzioni fondamentali a seconda del sesso; per esempio , le pene erano aggravate per parole offensive rivolte a una donna, e le donne carcerate dovevano essere liberate due volte l’anno, il Venerdì Santo e per la Festa di Mezzo Agosto. Inoltre, norme protettive erano quelle che facevano divieto alle donne di frequentare certi luoghi di vendita in determinati giorni o in determinate ore; per esempio nella piazza riservata alla vendita del grano, detta appunto Piazza del Grano, era proibito l’ accesso alle donne dal venerdì al lunedì compresi, secondo una norma da collegare forse all’ afflusso in città in quei giorni di una grande quantità di minatori, con conseguenti pericoli per la morale e la sicurezza pubbliche.Anche ai banchi del pesce le donne non potevano accostarsi nei giorni di sabato, domenica e lunedì; le preoccupazioni e le cautele nei confronti delle possibili molestie da parte dei pescatori, per lo più forestieri, nei confronti delle donne iglesienti sono davvero molte. |
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- La vita e il lavoro della donna in miniera nei sec. XIX° e XX° sono esposti nella relazione allegata. Infatti alla fine del 1800 e inizio del ‘900 si ha un notevole sviluppo dell’attività mineraria , con l’utilizzo di nuove tecnologie. Questo comportò anche l’impiego delle donne ( 7%) e dei ragazzi e ragazze ( 9 % ) di età compresa fra 11 e 15 anni nei lavori di cernita del minerale, come risulta da studi sull’occupazione nelle miniere in tale epoca. La paga delle donne e dei ragazzi era al massimo uguale alla metà o a un quarto di quella degli operai continentali, che superava di circa il 30% quella degli operai sardi. |
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3 ) La donna nella società iglesiente del XIX° sec. e inizi del XX°.
Oggi Iglesias è una città moderna, che presenta un nuovo modo di vita commerciale, industriale, economica e culturale. Ma nel 1800 nella società iglesiente vigeva una rigida separazione di caste. La gerarchia sociale tra le donne iglesienti era rigorosa. In cima vi erano le dame, poi le signore e le donne di media condizione, infine le artigiane e le contadine. Le differenze di ceto e di età, e i pregiudizi, si osservavano quasi più che i Comandamenti di Dio. Lo studioso V. Angius nella sua opera “ Storia di Iglesias” scrive che le classi femminili erano tre: “Damas, Nostradas e Massaias”, e si distinguevano molto bene dall’ abbigliamento. Le famiglie nobili erano poche. Le donne nobili ( is damas) si dedicavano ad arredare e abbellire la casa, con l’ aiuto di una servitù esperta. Quando non erano impegnate nella conduzione domestica passavano il tempo andando a far visita a parenti e conoscenti o in trattenimenti per feste familiari. |
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Una fanciulla era considerata in età maritale già a quattordici anni. Nella nobiltà e alta borghesia erano frequenti i matrimoni precoci, matrimoni di convenienza preceduti da un contratto nuziale tra lo sposo e la famiglia della sposa minorenne per salvaguardare i grossi patrimoni. Il ceto medio, o borghesia, conduceva una vita non troppo sfarzosa né troppo misera, e si divideva in varie categorie. All’ ultimo gradino vi era poi il ceto popolare : i piccoli artigiani, i contadini e gli operai delle miniere. Le donne di queste classi inferiori si occupavano dei lavori domestici, tra cui attingere l’ acqua nei pozzi e nelle fontane per i bisogni casalinghi; con le anfore poggiate sulla testa acquistavano una grazia singolare nell’incedere con passo sicuro senza versare una goccia d’acqua; le ragazze del popolo erano rinomate per il loro portamento tanto da essere note come “ is frorias de Bidd’e Gresia” (le ragazze in fiore di Villa di Chiesa). Se fra la nobiltà i matrimoni erano combinati dalle famiglie, le ragazze del popolo trovavano marito per caso, incontrandosi alle feste patronali, alle festività religiose e alla messa domenicale. Il corteggiamento era molto discreto e sempre controllato dai familiari della ragazza; con il fidanzamento si aveva una promessa di matrimonio, che raramente veniva infranta. Il giorno delle nozze le due famiglie si recavano in chiesa a piedi o su un carro addobbato a festa o in portantina; dopo la cerimonia religiosa si tornava alla casa della sposa per i festeggiamenti ( balli e invito con dolci e bevande). La donna, divenuta sposa, accudiva alla nuova casa e si apprestava a diventare una buona madre. Lo studio e la cultura erano riservati ai figli della nobiltà e dell’ alta borghesia. Le fanciulle, invece, da bambine giocavano con le bambole e con altri ninnoli, da sole o in gruppo, poi restavano in casa ad aiutare la madre nei lavori casalinghi, a tessere o a ricamare e a preparare il corredo per il loro eventuale matrimonio; ma avevano anche la possibilità di seguire la scuola nelle aule della parrocchia, dove imparavano a leggere e scrivere, e venivano educate ad essere buone cristiane, a provvedere ai figli e alla casa, ma sempre sottomesse alla volontà del marito. Anche i periodi di lutto per il decesso dei vari congiunti erano strettamente codificati dalla tradizione, e la donna era sempre penalizzata maggiormente; il vedovo o la vedova portavano il lutto fino alla morte o a eventuali nuove nozze. |
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Come già detto, anche l’ abbigliamento contribuiva alla separazione delle classi sociali. Il costume degli uomini e delle donne non è stato sempre lo stesso nel corso dei secoli. Infatti, a iniziare dal Lamarmora fino a scrittori e studiosi contemporanei, ci restano numerose descrizioni e collezioni di immagini , da cui si può notare che il costume femminile è soggetto a frequenti mutamenti, mentre quello maschile non varia molto da secolo a secolo. In tutte le descrizioni si nota però la presenza costante di una cuffia di seta rossa per raccogliere i capelli, un velo di tulle ricamato, la gonna lunga e arricciata di vari colori, il grembiule corto e ornato di pizzo per le nubili, lungo come la gonna per le donne maritate; notevole anche il tipico copricapo : la mantiglia triangolare di raso bianco con un largo bordo azzurro o nero per le vedove. Le donne anziane portavano invece lo scialle marrone scuro, con ricamo floreale a vari colori ( a “matta allirga”) o a un solo colore giallo dorato o marrone ( a “matta seria”). Tuttavia “is damas” seguivano la moda dell’ epoca (alla continentale), mentre portavano i costumi descritti le “nostradas” (borghesia ) e “is messaias” (le ricche contadine); le popolane vestivano sempre con la gonna lunga , il grembiule, il corpetto e lo scialle, ma in modo più semplice. |
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4) Figure femminili nella cultura dell’ Iglesiente.
Possiamo citare ora alcune figure di donne che hanno lasciato un’ impronta notevole nella storia della cultura di questa zona : - Amelia Melis De Villa ( Iglesias 1882 – Monterotondo 1956 ) valente pubblicista, saggista, romanziera. La sua opera è conosciuta molto meno di quanto meriterebbe, mentre merita di essere ricordata come una delle nostre più degne scrittrici. Per motivi di famiglia, dopo la prima giovinezza e gli studi compiuti ad Iglesias, si trasferì prima a Cagliari e poi a Roma. Debuttò nel 1913 con la raccolta di novelle sarde “ Faula de Orbace” . Seguì poi nel 1917 “ Piccole prose di guerra”, composizioni poetiche di meditazione e di dolore. Collaborò anche a numerose riviste di argomento riferentesi prevalentemente alla sua isola. Partecipò anche a vari concorsi letterari. Nel 1931 pubblica il romanzo “Alba sul monte”, ambientato nella Iglesias di fine ‘800 e primi del ‘900, in cui rivela maturità di stile e tocca vette veramente alte. Alcuni anni dopo pubblica un libro per ragazzi, “Il paesino sul lago” . Sono rimasti due inediti : il romanzo “I fratelli” e la biografia di Teresa Gonfalonieri. - Amalia Camboni ( Villamassargia 1913 – Roma 1985 ) scultrice di talento. Visse prima a Cagliari e poi a Roma, dove raggiunse traguardi notevoli nel campo della scultura, tanto che ne parlarono personalità di alto rango. Partecipò a diverse quadriennali romane. Ci restano un busto di Grazia Deledda, col quale vinse un concorso, e altri lavori sparsi per il mondo. - Grazia Serra Sanna , scrittrice iglesiente del ‘900. Nelle sue opere, in particolare nel romanzo “I sudditi del dio rosso”,
descrive la vita delle donne della nobiltà e
delle popolane ad Iglesias nel periodo dal 1840 al
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- Iride Peis , di Guspini , insegnante e scrittrice, già citata nella relazione allegata sulle donne in miniera. |
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5) Conclusione. Come si può vedere da quanto detto fin qua, la vita delle donne del Sulcis – Iglesiente nel corso dei secoli è stata molto travagliata. Le uniche a non aver avuto grandi problemi sono state forse le dame della nobiltà, tuttavia anche loro sono dovute vivere sempre sottomesse alla volontà dei congiunti maschi e alla ferree consuetudini dell’epoca. Solo in questi ultimi decenni si è acquisita piena consapevolezza della pari dignità e dell’ uguaglianza di diritti e doveri tra donne e uomini, tuttavia nella pratica restano ancora molte difficoltà ad attuare pienamente tale parità.
Il ricordo di tutte quelle donne che tanto hanno sacrificato, soprattutto in campagna e in miniera, sia di sprone affinché al più presto sia veramente raggiunta la piena parità di dignità e di diritti.
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